mercoledì, marzo 31, 2010

LABORATORIO #2

14
"TRADIMENTI"


Dopo una pausa forse troppo lunga, perdonatemi se potete, voglio riproporre il Laboratorio a Tema sul TRADIMENTO con due racconti brevi, invece che uno soltanto, perché ho avuto l'idea di confrontare direttamente la visione verso questa esperienza traviante presa da due Autori di sesso opposto, così che tutti noi lettori e conoscitori della diensione dell'IO, possiamo immedesimarci in entrembe le forme di pensiero, così da godere immensamente attraverso lo scontro di istinto MASCHILE-FEMMINILE che qui ritroviamo nella sua forma più accattivante.

Buona lettura miei soldati....presto ci ritroveremo con nuove proposte e folleggianti sperimentazioni.



"POVERO CUORE FORTE" di Chiara Natali

Attraversa la cucina con noncuranza, un bignè alla crema nella sinistra, una Malboro Light nell'altra mano. Una bella sigaretta è proprio quello che ci vuole dopo un sovraccarico di amozioni, pensa. Si pulisce la bocca, scosta via una ciocca dal viso magro, controlla che le belle unghie laccate di scuro siano a posto.
Alza lo sguardo, si blocca, resta lì ad osservare. Immobile.
Lui,lei, il ragazzo che le piace e la sua amica, quella a cui ha raccontato mille volte i suoi incerti sentimenti. Lei, Lui, l'Altra. Il più infame dei tradimenti, il più tagliente dei triangoli. Si volta, torna indietro, cerca l'accendino con uno scatto nervoso; lo smalto si scheggia, gli occhi si annebbiano. Guarda di nuovo verso quella panchina di legno. Lui deve avere ancora le labbra calde dei suoi baci, sulle mani il profumo dei capelli che non si lascia scompigliare da nessun altro. Va via, tutti se ne sono accorti, nessuno vuole dirle niente, e nasconde la comprensione in un abbraccio timido, in una carezza rispettosa.
L'amica la raggiunge, la voce che sembra un lamento dà tutta la colpa all'alcool, giustifica quella pugnalata con una vodka di troppo: "Dobbiamo parlare..."
Lo schiaffo parte in un lampo, rimbomba,arrossa, fa ,male. Le urla vengono coperte da quel tonfo sonoro, secco. Come il rumore di un cuore che si spezza.
Soltanto dopo arrivano le lacrime... quelle che non ti aspettavi, quelle che non volevi versare, quelle che sai che non si meritano.
Gli amici che ti circondano per consolarti ti soffocano, danno fastidio, tu non vuoi che ti vedano così. Ma l'orgoglio di chi si fa sempre vedere forte non basta, non stavolta.
E' pericoloso mostrarsi di ferro, non lagnarsi, cercare magari di difendersi dietro una corazza fatta di debolezze celate. Inevitabilmente gli altri, anche quelli che dovrebbero conoscerti di più, si convincono che niente possa ferirti. Pensano che il tuo cuore sia avvolto da una scorza d'amianto, che lo protegge dalle delusioni cocenti, dalle offese che bruciano implacabili.
Povero cuore forte. Non lo sanno che invece è rivestito di un'arroganza preziosa e sottile, non lo sanno che se guardi in controluce puoi vedere tutte le cicatrici, i graffi, le ammaccature, le ustioni. No, loro non lo vogliono vedere, e lanciano frecce infiammate pensando che non faranno male, che non avranno effetto, che non bruceranno nemmeno un pò.
Pensando che quello schianto sordo sia stato soltanto quello di uno schiaffo violento.


"NELSON" di Luigi Guida

NELSON era uno dei tanti ragazzi di SAN PAOLO, cresciuti in una baracca di pochi metri quadri in una sterminata e caotica "favella".
Viveva con i genitori e 10 fratelli. Il padre faceva piccoli lavori saltuari che non bastavano nemmeno per garantire alla famiglia un pasto giornaliero.
NELSON aveva 22 anni,non aveva potuto studiare,non c'era nessuna possibilit
à di un, sia pur modesto, impiego.Per aiutare i suoi congiunti non poteva far altro che vendere l'unica cosa che possedeva,l'unica merce che potesse avere un valore: il suo corpo statuario.
NELSON era il tipico ragazzo brasiliano dalla pelle del colore del caff
è, i tratti del viso ispanici: naso piccolo ,bocca carnosa,occhi verde chiaro, riccioli neri e lucidi che cadevano sulla ampie spalle, pettorali ed addominali scolpiti come nella roccia, gambe muscolose, glutei eburnei e, per finire, un membro dalle dimensioni equine.
Cosi , come ogni notte, anche quella notte di inizio dicembre, egli sostava sul marciapiede dell'AVENIDA PAULISTA,in attesa di clienti interessati alla sua mercanzia.
Nonostante fosse un ragazzo povero e senza futuro, era sempre allegro,non vendeva solo il suo corpo ad uomini e donne,ma sapeva anche ascoltare.
Aveva la capacit
à di capire cosa desideravano da lui: il suo vigore sessuale, un orecchio discreto a cui confidare le proprie pene o solamente un sorriso sincero.
NELSON era li, davanti al parco secolare che di notte chiudeva i suoi cancelli,indossando una maglietta cosi stretta da sembrare dipinta sul suo torace generoso, un jeans sbiadito e sdrucito in pi
ù punti, un paio di scarpe sportive che avevano conosciuto troppe stagioni.
L'aria era gradevole,tiepida, appena rinfrescata da improvvisi soffi di una frizzante brezza che schiaffeggiavano il suo viso.
Un'elegante auto accost
à ,il guidatore abbassò il vetro del finestrino dal lato passeggero, era il segno che NELSON attendeva e, prontamente, si avvicinò.
Una donna,che qualche primavera fa' doveva essere stata molto bella, lo invit
ò a salire con un sorriso e un gesto gentile della mano.
NELSON cap
ì subito che in quel sorriso c'era una profonda tristezza, si sedette sul sedile accanto alla donna, e insinuò le dita tra i suoi folti e profumati capelli, guardando dritto in quegli occhi tanto belli quanto spenti.
Tralasci
ò di indicare, con lo sguardo, quei kili di troppo che le appesantivano la figura, e sussurò delicatamente "vuoi un po di compagnia bella signora?"
"Quanto prendi per qualche ora da trascorrere insieme?" chiese la donna, ma NELSON sapeva cosa rispondere e tergivers
ò.
"Mi regalerai quel che il tuo cuore sentir
à quando avremo finito".
Cos
ì la donna ingranò la marcia e si immise nel traffico notturno della metropoli.
Guardando quel ragazzo tanto bello, prov
ò una profonda emozione, si sentì viva e le sue carezze, le sue parole piene di complimenti, le fecero rivivere quelle attenzioni che il marito, ormai, le negava da anni.
Seguendo le indicazioni di quell'angelo che, vista l'et
à, le poteva essere figlio, giunsero in un alberghetto ad ore, modesto ma, dall'apparenza, molto pulito.
NELSON doveva conoscere molto bene quel posto, visto che l'annoiato e distratto portiere gli porse una chiave con un saluto, senza fare inutili domande.
Salendo le scale che portavano al primo piano, il giovane le chiese "non mi hai detto il tuo nome ,mia bella signora"
"Mi chiamo SONIA" rispose la donna, tradendo un certo imbarazzo nella voce.
Arrivati davanti la camera, NELSON inseri' la chiave nella serratura ed apr
ì la porta, invitando SONIA ad entrare con un ampio gesto della mano.
All'interno pochi mobili essenziali, un grande letto, una pettiniera, ed una porta dalla vernice scrostata che dava in un piccolo bagno.
Un ambiente vissuto dove si avvertiva per
ò un fresco profumo si sapone di marsiglia.
NELSON cap
ì che SONIA non era a suo agio, allora la prese dolcemente tra le sue forti braccia, le accarezzò ancora una volta i capelli, poi la baciò appassionatamente.
Al sapore di quelle dolci labbra la donna si lasci
ò andare e rispose al bacio con passione.
Dopo pochi istanti si liberarono degli ormai inutili indumenti, e si ritrovarono avvinghiati sul letto.
NELSON la baciava, l'accarezzava, e le sussurrava parole che si raccontano ad un'amante, Sonia si era data completamente, sfiorava quella pelle liscia come una preziosa seta d'oriente, stava godendo di quelle sensazioni che non provava da troppo tempo.
NELSON la penetr
ò più di una volta, cambiando posizione, facendole apprezzare la turgida imponenza del suo membro ma , al tempo stesso, la faceva sentire amata, desiderata, con tenere, semplici parole, sussurrate all'orecchio mentre lo mordeva delicatamente.
Dopo un tempo che non conobbe percezione della durata, si abbandonarono su quel letto dalle lenzuola intrise dei loro stessi umori e NELSON si addorment
ò esausto.
SONIA lo guard
ò, riflettendo sulla sua bellezza, intenerita dalla dolcezza che aveva ricevuto da quello sconosciuto, tenerezza che ,chi le stava accanto, non le aveva forse mai dato.
Silenziosamente si alz
ò dal letto, facendo attenzione a non turbare il riposo del giovane.
Si rivest
ì e ,prima di lasciare la stanza, posò sul comodino un mazzetto di banconote che avrebbero realizzato più di un sogno per NELSON ed i suoi fratelli.
Quando chiuse la porta dietro di s
é, senti un stretta al petto, come quando una donna si separa dall'uomo amato, poi scese le scale, un cenno di saluto con lo sguardo all'assonnato portiere, e si ritrovò per strada, piacevolmente investita dall'aria fresca del primo mattino.
Era pervasa da una sensazione di benessere, si sentiva di nuovo donna e con sorpresa non provava nessun rimorso. Non avrebbe potuto tradire colui il quale ignorava la sua ancora prorompente femminilità.

venerdì, marzo 26, 2010

LABORATORIO #2

12

"TRADIMENTI"



Senza sentirmi troppo fuori luogo, nè capace, voglio continuare il LABORATORIO A TEMA sui TRADIMENTI con un pezzo uscito dalla penna stanotte, dalla mia penna personale, tanto da mettermi in gioco quanto voi, soldati, e non tirarmi indietro di fronte a niente, per dimostrare l'amore che provo per la scrittura, anche se spesso non scrivo per voi, assolutamente certa che accoglierete il mio bisogno di parole, spiegazioni, ricordi, che non hanno mai trovato sfogo su nessuna pagina delle mie memorie.
Regalo a voi la confessione ultima,sperando che sia gradita.


"RIMPIANTO" di IRIDELAPSUS

Non potevo far altro che scacciarti.
Ero così giovane, senza meta, come sono oggi, naufraga di una vita non ancora consumata, non ancora assaporata, non vissuta, almeno non pienamente, poiché non ancora compresa.
Non potevo fare altro, io che guardavo quel Ventre allargarsi, dimenarsi, e stupidamente mi preoccupavo della riuscita di una sbronza, quando la vodka non andava giù lungo la trachea, quando il liquido bianco, alcolico, toccava lo stomaco e tornava indietro.
Pensavo fosse nervosismo.
Lo pensavo perché il bruciore che avvertivo sembrava proprio un problema solamente medico, GASTRITE, diceva mia madre, NAUSEA, sentivo io, ogni mattina che Dio metteva in terra.
Io lo preannunciavo, lui lo capiva, non eravamo stati l'esempio morale dell'accortezza, Sesso primordiale, Sesso sfrenato, Sesso libero, talmente istintivo da non voler fare i conti con intralci di qualsivoglia sorta... nessun preservativo, nessuna pillola, nessuna, maledetta, attenzione.
Tanto così per fare...
Tanto perchè lui era sicuro di non essere fertile, data l'operazione subita per un tumore beningno allo scroto.
Simpatica affermazione.
Lui ha appena finito la chemio, ed io bevo troppo per sentirmi sana,eppure...
Eppure, dopo mesi di noncuranza, dopo dosi distruttive di vita amata fino all'ultima goccia, dopo tutto quell'andare e venire dentro me, la Natura ha presentato il suo conto salato, esageratamente salato.
INCINTA.
Parola storpiata, cattiva, pesante tra le labbra di una ventenne che ama il suo uomo da poco meno di un anno... per una ragazzina testarda e viziosa che s'incazza solo perché il suo corpo non risponde ai soliti comandi della Lussuria.
Il problema è che non ho TRADITO solo te, ma anche tuo FRATELLO, perchè quando il Destino si mette a fare lo stronzo, lo fa con classe.
Prima ecografia da presentare all'ospedale nel momento cruciale, e ciò che vedo nel video offuscato sono DUE teste, DUE corpi, QUATTRO gambe, mani, piedi.
GEMELLI, dice il ginecologo.
Desidero soltanto mettermi a ridere, di gusto stavolta.
Vi ho traditi coscientemente, ma con una specie di Dignità fredda e razionale che non mi sarei aspettata da me stessa.
Vostro padre, uomo d'onore, era pronto ad accettare ogni mia scelta, nel bene, o nel male...ma io sono stata più furba, e più stronza, non avrei mai ceduto ad un imposizione tale!
Anche se ogni sottospecie di medico che incontravo tentava buoni propositi per un FUTURO, non in tre, ma in quattro, in una famiglia inesistente, per motivi assolutamente cattolici, io mi sono opposta, e con la mano piena di paura ho saltato il baratro della tristezza, conseguenza ovvia per un gesto idiota.
Mia madre disse:
"Non essere superficiale, continua a sentirti libera. Non sbagliare per forza, fai ciò che è giusto!"
Aveva ragione.
Solo che non ho mai chiesto scusa a voi, Piccoli miei, Piccoli mai nati, Piccoli TRADITI.
Consapevole del mio gesto, non mi sono fermata neanche per un secondo a immaginarvi, a sentirvi reali, umani, ho semplificato la situazione etichettandola come un "PROBLEMA DA RISOLVERE" e sono andata oltre a testa bassa, alcun senso di colpa,assolutamente priva di Rispetto, di Ripensamento.
Ma voi, voi potevate venire al mondo e dipanarvi come essenza vera di una carnalità coraggiosa, potevate avere un volto, dei sentimenti, una mente loquace, ed un'intelligenza sopraffina...meritavate una possibilità che io non vi ho concesso.
TRADITRICE?
Si, ora me ne accorgo, dopo anni passati a nasconderlo, con una facilità estrema, quasi fittizia.
Nessuno potrà sollevarmi da questo peccato di SANGUE, e per la ragione che mi resta, non imploro perdono.
Ammetto soltanto la colpa.
Ammetto l'impossibilità di cambiare lo scorrere del tempo.
Ammetto.
E mi inginocchio.
Comunque a testa alta, comunque decisa, per me stessa.
La me stessa che riuscì, con così tanta Gelida Ragione, a TRADIRE.
Oramai per sempre.

mercoledì, marzo 24, 2010

PEZZI DI VETRO

7
"L'ANTRO CALDO DELLA POESIA" (anime dolci)

Voglio lasciarmi ancora invadere da ellissi stupefacenti scaturite dalla sensibilità dell'arte letteraria, questa volta grazie alle menti suadenti di donne forti per il cuore, e allo stesso tempo deboli per il mondo, sicure nelle scelte, e vacillanti davanti alla miriade di possibilità che il destino offre loro mettendo alla prova lo spirito romantico che nascondono con tenacia.
Apro la pagina alla vitalità dei pensieri di tre Poetesse, con la "P" maiuscola, che si sono prestate al gioco delle parti evolvendo loro stesse attraverso versi infuocati, morbidi, evanescenti e limpidi, che oggi si mettono a confronto, ancora opposte alla virilità di quegli scrittori che ci hanno deliziato non molti giorni orsono, poichè credo fermamente nell'importanza della diversità d'intenti legata alla sessualità di coloro che si nutrono di cultura, e attraverso essa esplodono il loro profondo io.

Apprezzate e immedesimatevi, miei soldati, non c'è mai fine alle scoperte che possiamo fare grazie alla potenza della parola.


"SOTTOVOCE" di Patrizia Angelozzi


Oscene
Profondità
Di sangue
Di morte
Silenti

Vibrazioni
La pelle
Ora trema
Tanto è
Nuda

Adrenalinica
Metamorfosi

Risvegli
Ammissioni
Apnee Ancestrali

Tormenti
Cicuiti lenti
Pigolio di nuovo
Raggomitolato suono

Sottovoce
Dentro i passi
Contro vento
Rimuovo.


"DREAMING" di Patrizia Angelozzi

Dentro un corpo
privato
disegnato
dagli echi
e da spettri
fuggevoli
fronde
a celare
sguardi accecati

Dentro occhi
svuotati
di inutile
miele di castagno
naviga
l'inverno

Nel grembo
stretto il segreto
inenarrabili sogni
angoli di vita

Labbra arse
inspirare affannoso
polvere e strade
giochi
mani intrecciate
sudate
visi arrossati
pini assopiti
melograni
rubati.



"POETA" di Novara Marianna


Dove si colloca il sapere,
nel navigare sconnesso di parole,
se la poesia diventa sfogo di cultura
pura indifferenza
che scorre come sabbia in chi l'ascolta?

Dove si colloca l'essere,
quell'angelo domato
che coglie il verso con l'istinto
e come spugna assorbe
le voci antiche che in lui dimenano
corde di saggezza
per poi fluire in una essenza,
un ritmo che riscalda, in un tepore soffice
o raggela, con una sferzata di vento...

Dove sta l'inganno,
in questo businnes di mercato
e strategie da palcoscenico
per la noia degli affranti spettatori
e posteri ipotetici?

(Una scia intanto, scompare dietro la collina
una cometa al sole, ed io distolgo lo sguardo
e la mente dal tuo scritto...)

Forse manca il sarcasmo, un po' di sana ironia
per tirarsi il suo, a chi non cavalca
onde temporali e pur rivela,
forse manca il suffisso Dott. o Don
alla semplicità del cuore
che grida l'impotenza dei vinti
e l'ansia d'infinito che dagli albori assilla...

Forse non son poeta, ma lo è forse
chi gira per cenacoli, sicuro
dell'affermato diritto del buon nome,
mentre io scribacchio
solo strofe senza futuro.


"CONVIVERE - CONDIVIDERE" di Novara Marianna


Più non mi chiedo
se resterai tra queste braccia
t'ho amato ad occhi chiusi
quando dal ventre è salito un fuoco
ed io compresi che non c'era scampo.
Nessun confronto regge
nella scelta d'amore che nasce
dal bisogno d'infinito...
tu eri là in quell'attimo eterno
ed io ero pronta ad accoglierti
per sempre.

Più non mi chiedo
se mai verrà un tempo
in cui dovrò da sola
rinavigare il mio mare
perchè la tua presenza-assenza
è ininfluente
allo scorrere del tempo
che si aggomitola su se stesso
ed io posso ormai
ripercorrere il tragitto
per ogni direzione.

Più non mi chiedo
se mai te ne andrai,
per stanchezza o vigliaccheria
poichè l'amore provoca
valanghe e vertigini
e rimette tutto in moto.

Da quando ho smesso
di farmi domande
è nato il seme della libertà
dell'amore che mai si imprigiona
che mai si perde o si classifica
il futuro...
E' solo una serie interminabile di giorni
che scontiamo insieme, amore mio.



"ISTANTE" di Sara Amato


L'istante dell'inizio
e l'istante della fine.
C'è un momento indecifrabile
in cui da un pensiero un gesto qualsiasi
scaturisce un'emozione
e diventa fonte ruscello fiume mare...
Si accende qualcosa dentro di noi
e non si esaurisce
sembra spegnersi talvolta
ma per rinascere più forte dalla cenere,
per diventare fiamma
e tornare ad essere fuoco.
C'è un momento in cui un gesto una parola
ci fanno sentire che è finita
che oltre non si può più andare
e se il tempo le circostanze la vita
non riaccendono dopo un alito di vento
quella fiamma
significa che il sentimento è passato
ma in caso contrario
un semplice incontro ci può far ricordare
di nuovo
cosa fosse stato e cosa sia ancora l'amore.



"PER TE" di Sara Amato


Per un tuo sorriso
e ripercorrere lo scintillio dei tuoi occhi neri
attraverso l'inferno
lotterei contro me stessa,
eppure capisco non per te
ma egoisticamente per me
che quando vedo brillare il tuo sguardo
il mio cuore si espande,
la felicità sgorga
le giornate si riempiono di pace...
Basta giusto che tu possegga quella gioia
e se ciò che te l'ha provocata io lo temo
insegnami allora ad amare il senso
perché possa questo far parte della nostra vita.


(Aggiungo con piacere il Link al blog, SARA AMATO'S WEBLOG, che Sara tiene oramai da tempo, cosicchè possiate dare un'occhiata alle altre sue poesie e alle sue passioni)












martedì, marzo 23, 2010

PEZZI DI VETRO

6
"TRA PROSA E POESIA (anime virili)"


Una nuova pausa di respiro, per staccarci dalla dimensione dolorante di coloro che hanno Tradito, o sono stati Traditi, per uscire dal gioco di scrittura a tema e prendere un po' di spazio volatile dove aprire i polmoni, chiuderegli occhi, svincolare i sensi dalla razionalità del corpo controllato dalla mente, rilassarci... e sognare.
Quattro Poeti, uomini di cultura, penne epiche, stridenti nostalgie, tre personalità assolutamente sviscerate dai problemi del reale e lanciate in caduta libera verso i desideri erranti della loro sessualità appagante, quanto attraente. Li ho messi a confronto per voi, miei soldati, affinché ancora una volta siate in grado di distinguere, capire, apprezzare, oppure addirittura odiare, le loro meravigliose parole di sangue, peccato carnale, intenzionalità esplosa e godimento soffocante.
Annusate la poderosa forza dei muscoli tesi nello spasimo finale, accoglietene le parole.....e immaginate l'oltre come non avete mai tentato prima.

....un abbraccio miei prodi......


"LA DANZATRICE" di Giorgio Dello

Caldo corpo sinuoso, terra d'enigma e frutto di stagione.
Danza...per la nuda gioia del mio sorriso,
per l'offerta del tuo seno e di segrete virtù.

Danza... per l'aurea dolcezza di notti festose,
per il tempo infinito e l'onirica passione.
Infinito trionfo di sogni e di stelle,
amante docile alla stretta di eros.

Danza... per il desiderio, per la magia che il mondo uccide.
Danza... ed intorno a te bruciano miti.
Intorno a te le vanaglorie della morale s'inabissano
in gran fuochi di gioia,nel cielo dei tuoi passi.

Danza...
Ed i falsi addii ardono della tua fiamma verticale,
sei il viso dell'iniziata che sacrifica la follia ai piedi dell'amore.

Idea del Tutto e voce dell'Antico,
all'assalto delle chimere gravemente protesa,
sei il Verbo che esplode,
in fiamme miracolose sulle rive dell'oblio.
Danza, danza questa notte...
Danza per me...


"AMORE MERCENARIO" di Luigi Guida

Sono disteso sul letto della camera di un albergo ad ore, mi guardo intorno...una moquette consunta, la carta da parati color rosso pompeano oramai sbiadita, un paio di quadri che ritraggono le solite scene di caccia sulle pareti. Preferisco volgere il mio sguardo su di te, ammirare il tuo corpo scultoreo, la tua pelle liscia, ti vorrei accarezzare ancora, ma ho il timore di turbare il tuo sonno. So che quando ti sveglierai, preferirai che io sia un vago ricordo quasi svanito, prenderai le banconote che ho lasciato sul comodino e, indolentemente, ti rivestirai, regalerai uno sguardo sfuggente allo specchio per ravviarti i capelli con le mani, poi varcherai la soglia e ti perderai nel buio della notte. Ma adesso, ancora per qualche attimo sei qui, accanto a me, sento il tuo respiro, il tuo odore mi sfiora le narici, sai di sesso e di fumo.
Mi alzo e vado verso la finestra che dà su di un vicolo, apro le vecchie tende sdrucite e sbircio attraverso le persiane scrostate: ubriachi, tossicodipendenti e senza tetto vagano come anime dannate, orinano, vomitano, si litigano. Questa è la parte della città che nessuno sembra voler conoscere, il rifugio dei diseredati, il marciapiede delle prostitute proletarie, il convivio dei ladri e degli assassini. Eppure qui l'aria è piena di emozioni forti, così sensuale e peccaminosa da togliermi il respiro.
Qui ti ho trovato, mio giovane fiore selvaggio, mi hai preso per mano e mi hai condotto in questo inferno così dolce e così perverso.
Mi hai sedotto , baciato, accarezzato, hai interpretato le mie chimere, hai tradotto la mia lussuria.
Ora prendo i miei vestiti e vado via, forse mai ti rivedrò.
Prima di uscire da quell'alcova ti guardo un' ultima volta, mi hai donato molto di più di quel che ho pagato.


"PIETRE TRAMONTATE" di Pettineo Calogero

Nel silenzio dei sensi,
medito.
Sguardo mesto,
smarrito nella vuota meta
dall'inverno del tuo corpo.
Nell'oscuro, singhiozzi
discorsi privi di sapore
movenze insensibili
angosce a lungo taciute,
affollate da impronte
di un amore dissolto
affine a pietre tramontate
che modellano tra noi
pareti di dolore.


"TOULOUSE" di Marco (Bill Lee) Pocci

Toulouse aveva un amore per ogni stanza di quella grande
calda casa, in fondo al vicolo stretto
di rapidi scalini pestati
agli angoli umidi, alle finestre strette,
nelle soffitte scure, tra i riccioli d'ambra,
sotto ogni balcone della notte di Mont-Martre.

Ogni carezza di quelle mani tozze e gonfie
ogni risata sgranata del collo
ogni goccia di sborra urlata
riempie d'amore questi uomini soli.
Come un Cristo deforme tra le meretrici luminose
sopra la città cancellata
balla il nano
e canta il nano
una preghiera di china vergata su fogli gialli.

Prima che arrivino i ragni.
Prima che arrivino i ragni.

L'amico con i capelli biondi in attesa del suo ritorno,
va e compra un litro di assenzio,
una stecca di hashish
e un girasole fresco.

Perchè ogni carezza di quelle mani tozze e gonfie
per ogni risata sgraziata, tuonante del collo
in ogni goccia urlata di sborra
parla d'amore a noi uomini soli.
Scende come un Cristo arrapato tra noi poveri sordi,
stufi di questa città stremata
raglia il nano
e dipinge il nano
le sue donne vendute,
le sue dolci amanti, primo pensiero di ogni sua tenerezza.

Prima che arrivino i ragni.
Prima che arrivino i ragni.

Ed anche Toulouse aveva una madre,
una matrona tonante di piume di struzzo,
figlia di generali, gerarca nobile di un futuro impossibile.
Generato dalla carne e tradito da essa,
amato tanto da scavalcare i monti
grande nella sua piccola maestosità.
Non fece che amare, Toulouse,
una troia e la sua pelle di cannella
stretto a lei sotto a quel tetto così alto per lui
nel caldo abbraccio di occhi verdi.

Ogni carezza di quelle mani tozze e gonfie
ogni risata sgraziata del collo
ogni goccia di sborra urlata insieme
riempie di amore questo mondo arso d'invidia.
Come un Cristo dolente urla
in alto sulla collina, sopra questa città bruciata,
non balla il nano, ma canta
le sue bestemmie di china vergata in fogli gialli.

Prima che arrivino i ragni.
Prima che arrivino i ragni.




mercoledì, marzo 17, 2010

LABORATORIO #2

8

"TRADIMENTI"

Continuando a scivolare lungo il nostro percorso di sperimentazione artistica, ho scelto un nuovo spaccato di intimità femminile che possa condurci ancora nella dimensione distruttiva del TRADIMENTO, e ci aiuti a sconvolgere ogni sicuro punto di coscienza dal quale partiamo sempre prima di immedesimarci nella parte, o rievocare un'esperienza vissuta che ci permetta di esprimere il poeta in noi.

L'autrice che ha regalato la sua sensibilità in questo racconto apre le porte ad un dolore che corrode nel tempo, giorno dopo giorno, e distrugge dall'interno la sicurezza umana, fino a costringere la coscienza e non seguire più la linea del giusto o sbagliato, per raggiungere un riscatto necessario, affinché un'altro tipo di straziente dolore possa cancellare le tracce del male già così radciato in fondo allo spirito.

Prima di lasciarvi alle meravigliose parole di questa scrittrice, miei soldati, vorrei inserire anche un breve pensiero sul Tradire che un'altra giovane autrice mi ha inviato per condividere con tutti noi il suo sentire in riguardo all'argomento che stiamo trattando. Eccolo per voi:

"Perché hai cercato in me quello che la tua nuova donna non aveva? Io i capelli ricci, lei lisci, lei straniera, io italiana come te. Non mi conoscevi già quando stavamo insieme? Perché hai capito solo dopo di lei che io valevo e mi volevi indietro, quando io già non volevo più tornare? Ora osservo passare la tua macchina con accanto la tua donna, anche lei tradita, che mi guarda dandomi forse la colpa che io non ho, ma che hai tu, il suo uomo: la colpa di non aspettare di amare di più e di nuovo la stessa persona, la colpa di non essere abbastanza forte. Mi guardo allo specchio, ora sono felice con la mia storia vera, ma prima con lui ero divisa a metà, avevo i capelli lisci di lei, forse, e il mio stesso viso. Quando io e lei ci incontriamo ci guardiamo: siamo state le due metà di un'anima maschile senza forza."

SARA AMATO


(Ora godetevi l'opera protagonista del post che ho pubblicato per voi oggi, a presto e non dimenticate mai di Gridare ancora le vostre idee attraverso la penna, come fosse una spada per combattenti audaci.)


"IL CONTO è PARI" di Novara Marianna

Eccolo, è arrivato ancora. Lennesimo pugno nello stomaco, attonita rifaccio il test due volte e ancora mi arriva la cruda realtà: positivo. Non adesso, non ora, non con lui.

La mia amica parla, soppesa le parole con calma cercando un varco tra la mia faccia impietrita e le lacrime che scendono contro la stessa volontà, è una specie di grillo parlante che vuole aprire una porta e non sa che dietro c’é un baratro ed io sono là in fondo, minuscola pulce che sente una voce lontana che non comprende, non può. Gli ultimi anni della mia vita sono ritornati in una sorta di terremoto preannunciato. Sono costretta a spiegare cosa infuria dietro una facciata apparentemente normale, dietro bei vestiti e borse griffate, dietro un susseguirsi di viaggi e progetti : io vivo alla giornata, da quando mio marito mi ha tradito, mi ha abbandonato con i bimbi ancora piccoli e tutto quello in cui credevo si è frantumato in mille rivoli di rabbia e insicurezza.

Un anno da sola, con lui che andata e tornava, che prometteva che sarebbe stato diverso per poi scoprire che non laveva affatto lasciata. Quel fare e disfare le valigie sono i ricordi più prepotenti, quello che resta di un amore disperatamente voluto lultima volta ho permesso che ritornasse perché non mi lasciava libera di continuare da sola, mi ha preso per stanchezza, per i figli, per paura di rimanere sola, non lo so, le motivazioni possono essere tante e spesso inconsapevoli. So che non mi sono sentita più donna né persona, quando mi prende io non ci sono più, in una ovattata lontananza, aspetto che finisca al più presto.

Esistono tradimenti di letto fugaci e scorrevoli che possono far male ma che si mettono nel conto in un rapporto a lungo termine, ma io mi sono stata abbandonata, umiliata, ferita nella parte più vulnerabile, il piccolo è regredito a tal punto da rifarsi i bisogni addosso, la grande con problemi con il cibo, con cui combatto ancora adesso. Non ho più fiducia, sento che succederà di nuovo, che prima o poi vedrò rifare quella maledetta valigia, magari con me in procinto di partorire .. non posso pensarci, la sola idea mi fa rabbrividire io non posso perdonarlo, non voglio un altro figlio da lui. Il mio grillo parlante mi sussurra che essere madre è a prescindere dallavere un compagno accanto, che sono stata forte a stare da sola e che noi donne, fottute sempre nei sentimenti, nei momenti più drammatici riusciamo a tirare fuori delle forze inaspettate.

Esci fuori da te

accettati con le tue debolezze

ama te stessa prima di pensare a cosa fare

buttalo fuori e riprenditela questa benedetta VITA!!!!!!!!!!!!!!!!

Ci ho provato, amica mia, sapessi quanto, prego che succeda qualcosa, che abbia un incidente, una causa di forza maggiore che decida per me, gli ho imposto perfino un ricatto: se vuoi salvare tuo figlio te ne devi andare e per sempre. Lui ascolta in silenzio come un cane bastonato e non capisce, non capirà mai linferno che ha scatenato.

Sono andata in consultorio, ho parlato per ore con la psicologa, so che mi vogliono aiutare, ma tutto laiuto del mondo non mi ridarà la mia vita prima della devastazione, non mi ridarà i miei sogni , la speranza di un futuro sereno.

Voglio fargli del male, fargli provare in parte quello che ho provato io, ferirlo con un gesto peggiore dei suoi tradimenti, rifiutando suo figlio, è una vendetta estrema, lo so, ma è lunica cosa che mi può sbloccare da questo empasse, da questo rapporto malato in cui non voglio più questuomo e nel contempo non posso farne a meno .

Cosicché sono andata da sola, in un freddo mattino sono salita sul lettino bianco e sa solo sono ridiscesa. Non ricordo molto del frangente, solo una luce ovattata e fredde mani che smuovevano allinterno. Sono tornata a casa, sono sola, in qualche modo ho scelto, non so se è stato giusto o sbagliato, non me lo chiedo, so che dovevo pareggiare i conti, forse domani un dolore più grande mi farà dimenticare o passare in secondo piano ciò che è stato. Per adesso non so pensare a niente, ho svuotato la mia vita e quello che succederà adesso sarà dipeso dalla mia volontà.

Il conto è pari, forse

lunedì, marzo 15, 2010

LABORATORIO #2

7

"TRADIMENTI"


Riprendo l'esercizio di scrittura a Tema sul TRADIMENTO
. Dopo il sognante racconto dell'ultima pubblicazione, che Cinzia ci ha donato con tanto di impressioni dell'artista scritte attraverso il suo commento meraviglioso e coinvolgente, oggi inserisco un altro pezzo entusiasmante, che pur viaggiando su toni assolutamente diversi dall'altro, sicuramente più crudi e taglienti, affronta una storia di TADIMENTO molto particolare, che finisce con un gesto di Vendetta femminile di sapore noir.
Vi lascio nelle mani dell'arte... a presto miei giovani soldati.



"SAD LIKE A BLUES" di Deborah Macchiavelli

Chicago, anni ruggenti. Quelli del blues e del charleston, del proibizionismo e dei ganster, di Rodolfo Valentino e Al Capone, del sogno americano e degli abiti di Coco Chanel...
Chicago è una città frenetica,scintillante, in pieno sviluppo economico, ma che dietro a questo apparente benessere nasconde una natura corrotta. Il centro storico, chiamato "Loop", è stretto nella morsa della malavita italo-americana, mentre intorno ad esso si snodano periferie misere e degradanti, dove la povertà sembra essere l'unico principio regolatore.
Il razzismo e la delinquenza diventano legge, tanto che i numerosi musicisti afroamericani non riescono ad inserirsi nel tessuto sociale, mentre le forze dell'ordine e la mafia portano avanti una lotta senza quartiere.
In questa città pulsante di vita, fatta di criminalità imperante, night club, musicisti di strada e vaudeville, si racconta questa storia di odio e di vendetta. Una vicenda malinconica e triste, proprio come un blues.

Dora Colosimo, unica figlia di "Big Jim" Colosimo, gangster incontrasto di Chicago Sud, è il sogno proibito della città: il suo sguardo incendiario e i capelli corvini la rendono infatti la donna più desiderata della capitale. Qualche anno fa è stata obbligata dal padre, secondo l'usanza mafiosa del matrimonio incrociato, a sposare il primogenito della famiglia Genna, al fine di unire i due imperi. Da allora la ragazza vive in una prigione dorata dove il marito è il suo terribile aguzzino. Max, questo è il suo nome. Un malvagio a tutto tondo, un violento senza remissione, tremuto tanto nell'ambiente della malavita quanto in quello domestico: paranoico e crudele sino alla follia,non perde occasione per sfogare le sue frustrazioni sulla malcapitata sposa. Dora ha smesso, oramai da tempo, di cercare una via di fuga da questo stato di reclusione, ma non per questo di coltivare perversi sogni di vendetta...In attesa di quel giorno, la donna trascorre le sue giornate tra il Loop ed il famigerato Patch, vero e proprio quartiere dei miserabili, composto perlopiù da baraccopoli e magazzini abbandonati. Tra i vicoli bui si muovono relitti umani, cacciati e diseredati dall'opulenza del confinante centro storico; è proprio qui che prostitute,vagabondi e musicisti di strada portano avanti tra sangue e lacrime, le loro meschine esistenze. Tra questi c'è anche John King, sassofonista afroamericano in cerca di fortuna. L'uomo coltiva il sogno della musica, al momento relegato nelle spettrali vie del Patch in cui si esibisce per pochi, miseri spiccioli.
La fumeria d'oppio gestita da orientali si trova nel centro del quartiere. Qui s'incontrano persone di ogni sorta, appartenenti alle classi sociali più disparate. I cinesi servizievoli si muovono tra le mura rosso camino e le lanterne di carta, mentre riempiono discretamente le pipe dei clienti, sempre con la silenziosa sollecitudine che li contraddistingue. L'ambiente è squallido, laido, a metà tra un bordello e una casa abbandonata. Nessuno dei clienti sa bene perché si trova lì, mentre chi ne è consapevole vorrebbe dimenticarlo. La fumeria è l'intimo rifugio di Dora, un sordido luogo di evasione dove la donna tenta di sfuggire, avvelenandosi lentamente con l'oppio, all'infelicità della propria esistenza.
Avvolta dalla rassicurante morbidezza della nebbia narcotica, Dora cerca di sognare i bei vecchi tempi, ma soprattutto cerca un'idea, un'intuizione geniale che le consenta di punire il sadico marito.
L'anima in pena aspetta, stringe i denti e sopporta, in una trepidante attesa fatta di allucinazioni e sogni infranti.

Una sera percepisce il suono di un sax provenire da uno dei vicoli. Una melodia inquieta, malinconica: un blues. E' un uomo di colore che suona, un povero derelitto. La desolazione evocata da quelle note la spinge ad avvicinarsi. Gli sguardi s'incrociano brucianti, tessendo una linea invisibile interrotta solo dal fruscio delle banconote. Sedotto da un oscuro magnetismo e dal colore dei soldi, John la segue dentro la fumeria. Il cinese solerte fa per riempirle la pipa, ma stasera no. Non è qui per fumare. Lo trascina sul soppalco, in mezzo a narghilè e cuscini. Gli salta addosso e lui cede. Senza esitare, senza chiederle niente. Solo annaspando nell'odore dei suoi capelli corvini.
La cosa si ripete ogni sera, ogni giorno, come una sorta di rituale: l'uomo obbedisce passivamente, ricacciando la fame e la miseria in questo sensualissimo incantesimo. Dora non risponde alle sue domande che, mese dopo mese, si fanno sempre più incalzanti. Fino al giorno in cui John vede quegli occhi profondi come pozzi diventare asettico vetro. Di colpo Dora si alza e scappa fuori, raggiunta repentinamente dall'uomo. Solo allora il malcapitato vede la canna della pistola, così fulgida sotto la luce dei lampioni. John continua a non capire, ma ormai è troppo tardi. La pallottola arriva, pesante e veloce come una locomotiva, conficcandosi giù, nella carne, lì dove fa più male.

Passano i giorni, le settimane, i mesi: nove, per essere precisi. Dora è al Chicago Hospital e sta per avere un bambino. Max pretende che il primogenito sia un maschio, il nuovo delfino che, un giorno, erediterà il suo grande impero. Ma quela che si trova a stringere tra le braccia è solo una "sporca negra", figlia di un tagliente triangolo costruito sul desiderio di vendetta. Istintivamente estrae la pistola e corre verso la camera della moglie. Dora lo sta aspettando, con un sorrisetto sadico stampato sulla faccia. Lo guarda soddisfatta, ironica, appagata dal dolce sapore della rivalsa. L'uomo non fa domande, non chiede spiegazioni. Le spara in faccia e basta. Perché, forse, l'onore e il rispetto sono davvero gli unici valori che regolano le nostre meschine esistenze.
La donna muore sul colpo con quel ghigno grottesco stampato sulla faccia, mentre in lontananza le sirene della polizia avanzano verso l'ospedale. Max Genna viene così arrestato per omicidio volontario, mentre la bimba finirà in qualche orfanotrofio di Chicago.

La canzone che chiude questa storia è una ninna-nanna. Dolce, triste e malinconica. Proprio come un blues.