
"IL VIAGGIO, CONFINE DELL'UMANO"
Non siamo arrivati alla fine, ma ad una stazione che segna la nuova meta.
Nel caos inconcludente di una quiete sociale, sentiamo il bisogno di fuggire, anche per un secondo estremamente interminabile, per raggiungere una dimensione che non ci è familiare, ma ci brucia dentro, rendendoci liberi di realizzare la breve avventura di noi stessi.
Così partiamo dal Viaggio, concetto immaginato di uno scenario che da muto si fa vivido, illusione di lontananza effimera che per un po' terrà a bada ogni tristezza, ogni deprimente caducità mentale.
E forse non è sbagliato pensare che l'essere umano abbia bisogno di una scappatoia, per assaporare a pieno tutta la reltà comune che lo circonda, per riempirsi gli occhi ed il cuore attraverso l'immaginifico mai toccato, mai gustato, mai conosciuto prima.
La linea immaginaria che ci divide da ciò che crediamo "l'oltre" non è una trincea, nè una barricata, è semplicemente oltrepassabile con la forza di volontà, grazie allo spirito curioso che cresce dentro di noi.
Ecco perché lascio la pagina a due scrittrici del nostro oramai risaputo Laboratorio, affinché possano, per prime, esprimere la loro Idea di Viaggio, sia come breve momento d'inquietudine, che come attimo ultimo in grado di cedere all'intelligenza un respiro profondo ed un'esigenza chiamata Verità.
A voi il modo e il tempo di riflettere sulle loro emozionanti sensazioni, e la prontezza di tentare, comunque e per sempre, la strada più ardua per ricongiungervi a ciò che percepite come vostra, inesorabile, necessità.
Alla prossima fermata, miei adorati e fedeli soldati, e che non sia comunque quella in cui deciderete di scendere.
"PENSIERO" di Sara Amato
Praga, dal ponte Carlo ho visto scorrere i tuoi desideri e i miei sogni.
Nella luce rossa del tramonto tra ombre scure e nostalgie, ho vissuto e vivo nel ricordo delle tue immagini, l'amore nelle sue forme più vaste, e pur nelle sue più piccole sfumature.
Ho immaginato, e al tempo stesso spento ogni pensiero, di fronte alla bellezza in ogni angolo, che si ergeva dall'architettura e finiva specchiandosi nelle tue acque.
Ho ascoltato fremere la città nelle luci della sera.
Ho visto persone ridere, divertirsi, con la libertà negli occhi, nei gesti, nel cuore.
La tua antica povertà ha riacquistato forma e dignità, ha ricostruito, e quindi conosciuto, la rinascita, mantenendo il fascino di chi ha lottato per conquistare, ma che poi non dimentica il vissuto.
Il mio cuore è perso in quelle sere in cui, camminando verso il tuo centro, ho osservato il silenzio rumoroso della gente che passeggiava, ammirandoti e vivendoti, nel rispetto di chi ce l'ha fatta.
Un saluto a te, posto incantato di sogni e realtà.
"RIFLESSIONI A FASCIA CHILOMETRICA" di Chiara Natali
Le macchine che corrono in lontananza, i lampadari che si accendono dietro le tende.
Consueto, usurato cliché vivente, quello del pendolare che torna a casa. La faccia stropicciata riflessa nel finestrino, il sonno rassegnato, le smorfie degli sconosciuti coinquilini di vagone. I cellulari che squillano, lo sbuffare che fa eco ad ogni annuncio di ritardo, il fruscio di pagine maltrattate per passare il tempo. Un tempo che si fa sospensione, che finito il tragitto non sai se lo hai perso o se invece te lo sei regalato, con quella pazienza che questi viaggi ti lasciano in eredità. Assurdo esercizio zen che tra uno scossone e l'altro sostituisce la rabbia con la stanchezza, la fretta con l'attesa, l'allegria con il torpore.
E poi la solita insegna spavalda, che porta il nome di un'azienda che non so nemmeno cosa produce. Solo una manciata di lettere lungo la Firenze-Viareggio. "ANSWERS".
Risposte. Niente di strano, solo un'insegna un po' pacchiana, un fascio di luce che salta agli occhi, violentandoli con quel blu troppo acceso, con quel neon indeciso e triste. Fin troppo scontato pensare alle proprie, di risposte. Cercare un perché che raramente si manifesta. La sola cosa che mi rendeva meno odiosa la matematica era comprendere i procedimenti...ma qui non c'è spazio per i teoremi, e dubito che il grafico dei giorni sia più chiaro di quelli malmessi e pasticciati dei miei studi di funzione.
Eppure ogni volta che mi appare, vessillo sfacciato e decadente, quelle risposte le esigo. Ogni volta che la scorgo, da qualche sonnolenta prospettiva di palpebre semichiuse sul libro che non ho fatto in tempo a chiudere, quelle risposte mi sfuggono. E addio ameno quadretto del viaggiatore filosofeggiante, che la vera meta è il viaggio,che il piacere della scoperta è riconoscere il proprio volto in quel finestrino mai pulito. E addio risposte. Che farsene, poi? E quali, poi? Su se stessi, sul mondo, sul futuro? Si certo, magari poi. Magari poi, ma non stasera. Stasera che ho avuto una giornata di merda. Che piove, e a me la pioggia deprime. Che tira vento, e io il vento lo detesto da quando sono nata, in un Febbraio che pare fosse scolpito proprio nella tramontana.
Ironia della sorte, scopro che si tratta di un call center. Metafora suprema di questa nostra epoca precaria, dove risposte ce ne sono ben poche, e le domande è meglio se le strangoli all'altezza delle corde vocali. Scopro anche 500 persone che hanno rischiato il licenziamento, l'hanno occupato per mesi quel cubo di cemento che mi era sempre sembrato morto. Così, mentre io mi distraevo con uno degli sport prediletti del pendolare, ovvero le riflessioni esistenziali a fascia chilometrica, là le risposte sfuggivano ancora più veloci e beffarde.
Adesso pare che alla luce di quiei neon si sia trovata una soluzione. Qua fuori invece tutto sembra latitare, come sempre, come forse per sempre. Le solite macchine, le solite luci, le prime pacchiane intermittenze da addobbo natalizio. I consueti volti stanchi, mai belli, mai brutti. La condensa e il finestrino che si spalanca quando si imbocca la galleria, il rumore che è troppo o troppo poco; il viaggio troppo lungo, o che magari farebbe comodo se durasse di più. Un altro paio di stazioni, giusto per uscire con calma dal pisolino di rito; altri dieci minuti, per riordinare le idee e decidere come affrontare quello che ti aspetta al binario. Oppure no, fatemi scendere, risparmiatemi questo supplizio quotidiano. Via la gente, le coppiette felici, i vecchi che borbottano, l'odore di troppi Mc Donald's, le occhiaie e le telefonate a casa per sapere cosa c'è per cena. Via tutti, pendolari antiestetici e decisamente poco empatici. Via quella dannata scritta blu.
Va a finire che poi arrivi a scendere e l'amnesia è totale. Buoni propositi, riflessioni, frustrazioni, speranze e progetti: scomparsi nel nulla. Tutti i viaggi terminano così, davanti ad una porta che speri sia quella buona, con lo scossone che inevitabilmente è più forte se non ti sei aggrappato a niente. Finiscono con un ultimo sguardo al cartello sbiadito che ti ricorda che "domani tornerai a viaggiare".
Che il destino sia cinico e baro, quello un pendolare non se lo scorda mai.
